È risaputo che negli Stati Uniti ci siano numerosissime città che hanno “rubato” il nome ad altri centri abitati del mondo, soprattutto europei. Basti pensare a New York, la città più popolata del Paese che prende il nome dalla ben più piccola città inglese, York.

Sono tantissime le “town” a stelle e strisce il cui nome ricorda l’Italia: 11 Naples (Napoli), decine di Rome (Roma), qualche Parma e via dicendo.

Anche la Sardegna ha almeno due corrispettivi oltre Oceano, entrambi chiamati Sardinia.

La prima si trova nello stato di New York, non lontano dalla capitale Buffalo, nella contea di Erie.

Sardinia nello stato di New York ha poco meno di 3mila abitanti e fu fondata intorno al 1809, anno del primo insediamento da parte dei primi coloni, Ezra Nott e George Richmond.

OldSardiniaTownHall

Il Municipio di Sardinia, New York

Ben più connessa culturalmente all’Isola è la seconda Sardinia, quella che si trova nello stato dell’Ohio. Si tratta di un piccolo villaggio di poco meno di mille abitanti fondato nel 1830 con la precisa ispirazione di ricordare l’Isola del Mediterraneo.  Si trova a 12 miglia da Georgetown nella contea di Brown.

Sardinia, Ohio

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Fonte: Ogliastra News Mario Marcis

Salute e bellezza: il cappero, delizia agrodolce dalle proprietà diuretiche.

Il cappero, questo conosciuto. O forse non tanto. Il cappero (capparis spinosa) è una pianta molto diffusa nei paesi del Mediterraneo, perché predilige il sole e il caldo e non necessita di molta acqua, ragion per cui la troviamo rigogliosa nelle rocce, fra le pietre e nei luoghi più aridi anche all’interno delle stesse città. In Sardegna, il cappero è diffuso soprattutto nella zona del cagliaritano e nel sassarese. A Cagliari, non è inusuale vederla arrampicata con i suoi rami verdi sulle rocce di Castello o negli spazi incolti del resto della città. Nel cagliaritano sono note le coltivazioni di capperi di Selargius; pare, infatti, che il cappero sia stato introdotto qui nel 1800 grazie ad una famiglia originaria di Genova che ne promosse la coltivazione nei campi selargini. La pianta veniva commercializzata e apprezzata nel mondo greco-latino ma solo a partire dal 1500, grazie agli arabi, ne verrà iniziata la coltivazione su larga scala. Il suo nome deriva dall’arabo kabar e la pianta cresce lungo le fessure dei muri e sulle rupi vestendo di verde le pareti di roccia su cui si inerpica e riuscendo a sopravvivere e a fiorire in  zone dove difficilmente altre colture riuscirebbero a vivere.

Si tratta di un arbusto che offre dei prodotti alimentari abbastanza conosciuti nei loro usi in cucina, dei quali comunemente però si ignora spesso l’origine.

Ma quali sono le parti commestibili del cappero? Il più noto e più usato nella cucina sarda e meridionale italiana e il bocciolo del fiore del cappero, detto anch’esso cappero; si raccoglie a partire da maggio quando la pianta è in piena esplosione vegetativa e, se lasciato sulla pianta, si sviluppa e sboccia mostrando una corolla fatta di petali bianchi e stami violacei. Il tempo della raccolta dei capperi, prima della fioritura, si protrae per tutta l’estate, perché i fiori sbocciano in continuazione. I capperi che tutti conosciamo sono i boccioli dei fiori non ancora schiusi e in cucina sono conservati sotto sale, sott’aceto o in salamoia, e vengono utilizzati in mille modi per preparare primi piatti, secondi, salse e condimenti grazie al loro sapore molto forte e caratteristico. La pianta infatti ha un uso più alimentare che propriamente medico: da questo punto di vista però nella medicina popolare veniva utilizzata la radice alla quale sono attribuite proprietà diuretiche e stimolanti la funzionalità epatica; tutte le parti della pianta contengono vitamina C, ferro e rame. Al cappero sono riconosciute proprietà digestive: nella medicina della tradizione veniva utilizzato dopo aver preparato un vino che si assumeva a piccole dosi dopo i pasti.

Non sono però solo i fiori del cappero ad essere utilizzati in cucina. Terminata la fioritura, iniziano a comparire nella pianta i frutti, verdi e dalla forma allungata. Anche i frutti sono raccolti e conservati sotto sale, olio o aceto.

Selargius, a pochi passi da Cagliari, è considerata la patria del cappero: da sempre l’orticoltura, l’agricoltura e il commercio hanno caratterizzato il paese e, al fianco della coltura della vigna, nonché ai piedi degli alberi di mandorlo, si coltivavano i capperi (“is tapparas”in lingua sarda). A. D. Atzei in Le piante della tradizione popolare della Sardegna, racconta: “A Selargius i flebotomi (figure popolari della tradizione che praticavano i salassi, ndr.), che coltivavano appositamente la pianta, col decotto di corteccia del ceppo curavano le varici sanguinolente di cui soffrivano le donne selargine”. È a partire dalla seconda metà dell’800 che i capperi vennero introdotti nella gastronomia grazie alla famiglia Dentoni, di origine genovese, ed in particolare Domenico Dentoni, a quel tempo sindaco di Selargius, che diede inizio alla coltivazione su maggiore scala, rendendo l’agro selargino unico in Sardegna in questo campo. 

Le donne selargine li compravano nelle campagne dai coltivatori e, grazie a is crobis, le ceste, sorrette sulla testa, li portavano nei mercati a Cagliari per rivenderli. Gli uomini ne caricavano chili e chili sui carri e giravano per tutta l’Isola cercando acquirenti per il delizioso frutto, facendo sì che questi saporitissimi boccioli potessero essere prima apprezzati e poi introdotti nella cucina tipica di buona parte della Sardegna.

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Fonte: Ogliastra News Mario Marcis

miniera tertenia

Pochi sanno che dal 1938 al 1955 a Tertenia un centinaio di persone, uomini e donne, lavoravano nella miniera di Bau Arenas, che si trova nella parte occidentale del comune ogliastrino, incassata nella profonda valle all’ombra del tacco calcareo di Monte Arbo.

Nel sito www.minieredisardegna.it è possibile seguire le vicende del giacimento dai tempi antichi alla sua chiusura negli anni Cinquanta. Infatti, prima i Romani ed in seguito i Pisani hanno lasciato testimonianze dei loro lavori alla ricerca di minerali, soprattutto rame. Quando il Conte Alberto della Marmora arrivò nel 1835 a Tertenia, esplorando il territorio, annotò la presenza di importanti giacimenti di rame.

La miniera fu concessa alla Società Tertenia che in soli quattro anni esportò circa cinquemila quintali di rame. Purtroppo l’isolamento del sito minerario e la totale mancanza di strade carreggiabili ostacolarono a lungo i lavori minerari. Nel 1869 falliva la Società concessionaria e la miniera passò ai creditori: una nuova ripresa si ebbe lo stesso anno con la concessione alla Società Anonima di Lanusei, che aveva lo scopo di continuare i lavori di esplorazione del giacimento in profondità.

Nel 1892 si scoprirono nuovi filoni che si dimostrarono particolarmente ricchi ma la mancanza di mezzi adeguati e di capitale costrinse a vendere i giacimenti a nuovi padroni.  Nel 1938 la Società Libiola investì ingenti capitali per togliere definitivamente le miniere dall’isolamento: venne costruita una strada che collegava le miniere all’orientale sarda, una laveria dotata di impianto di flottazione e una teleferica che consentiva il trasferimento dei minerali dai cantieri di monte alla laveria posizionata a valle.  Questo cantiere vide la sua massima produttività negli anni tra il 1939 ed il 1950. Oltre ai minerali di rame (pirite e calcopirite) si estraevano anche piombo, oro e antimonio. In tempi moderni la stessa Società costruì un impianto pilota per l’ottenimento del solfato ramico. Nonostante le buone intenzioni della Società i risultati non furono soddisfacenti e ciò portò nel 1955 alla chiusura definitiva dei cantieri minerari.

A distanza di sessant’anni dal suo abbandono, la miniera di Bau Arenas mantiene inalterato tutto il suo fascino, dovuto probabilmente alla sua particolare ubicazione e al fatto che molte famiglie di Tertenia hanno legato la propria storia a quella della miniera.

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Fonte: Ogliastra News Roberto Anedda

Bellissimo scatto quello caricato sul gruppo “Sei di Tortolì-Arbatax se…” da Gianluca Congiu.

“Portu Frailis primi anni 70” ha scritto “vista dall’attuale ristorante-pizzeria La Baia allora Bar.

Efisino Pisanu al centro con i nipoti Walter e Pinella Cocilio, dietro Lucia Garau e Giancarlo Piras, a destra mio nonno Daniele Pischedda e a sinistra le mie zie Angela e Anna Pischedda.”

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Fonte: Ogliastra News La Redazione

Un equilibrio sempre precario e altalenante quello tra oppressi e oppressori, su questo equilibrio si basa il mondo, dal passato ad oggi, con le sue grandi rivoluzioni e grandi cambiamenti che tutti abbiamo studiato fra i banchi di scuola. Ma la storia non è fatta solo di grandi eventi, questi spesso hanno avuto luogo grazie alla volontà dei singoli, dalle spinte provenienti dalle piccole realtà. Questo è proprio ciò che successe nel lontano 8 settembre 1943 ad Ilbono.

Il regime fascista era ormai vicino al capolinea, il decentramento del potere centrale svelava tutte le sue debolezze come assenza di controlli, l’arbitrio dei suoi funzionari e questi limiti ad Ilbono si sono rivelati lampanti. Tale Sparaccini, inviato come segretario comunale dal regime, era un “continentale” o come si diceva a quei tempi “unu chi benit dae su mare” (uno che viene dal mare) spesso “po furai” (per rubare) che esercitava i suoi poteri in un contesto in cui nel paese erano presenti solo donne, bambini ed anziani.

Gli uomini, che all’epoca garantivano il maggior sostegno economico alle famiglie, si trovavano tutti al fronte o al confino, la fame dilagava e i viveri, già scarsi per la mancanza di braccia per l’agricoltura, venivano requisiti per essere inviati ai soldati. Il segretario del Comune di Ilbono privava le donne delle poche derrate inviate dallo stato per rifornire la propria dispensa personale nella residenza di Elini, provocando l’ira e il malcontento generale. Dopo le verifiche effettuate dai soldati, il vaso di Pandora fu aperto e le nefandezze commesse dal pubblico funzionario furono portate alla luce.

Una donna del paese Giulia Floreddu, allora incinta della sua secondogenita Rosa, il cui marito Gino Mameli, era stato arruolato come aviere fotografo presso l’aeroporto di Elmas, incitò e guidò una rivolta contro l’oppressore culminata con la sua cacciata. Un’azione eversiva che certamente varcò i confini della legalità, ma eticamente legittimata dal bisogno di sopravvivenza, non tanto per sé stessa, quanto per chi come lei vedeva ricadere sulle proprie spalle il peso di un’intera famiglia e indirettamente di un’intera comunità.

Giulia riuscì ad organizzare un nutrito gruppo di madri di famiglia e non solo che, nonostante fossero stremate e affamate, riuscirono a far desistere il segretario e a riottenere quanto gli spettava: quella scarsa quantità di cibo destinata in egual misura a tutti i cittadini e che in minima misura avrebbe alleviato le sofferenze della carestia, amplificata dall’isolamento, che il secondo conflitto mondiale provocava in particolare in ogni angolo della Sardegna.

Le rivoltose furono arrestate e recluse nella prigione di San Daniele a Lanusei secondo quanto previsto dalle leggi vigenti all’epoca. Mentre il procuratore del Re annunciò la liberazione di Giulia in quanto incinta, la convinzione e determinazione della “partigiana” come fu definita da alcuni compaesani, non si fece attendere: rifiutò di essere liberata se non insieme alle altre donne: “o totus o manc’una” disse, che significa “o tutte o nessuna”. Fu solidale con le sue compagne e restò reclusa per un mese per non abbandonarle.

«È come se avessi partecipato anche io alla rivolta», racconta Rosa Mameli, la figlia che Giulia portava in grembo mentre si trovava in carcere, «in fondo non avevo altra scelta. Quando ho appreso la vicenda mi sono sentita molto orgogliosa perché mi sono resa conto dell’intraprendenza di mia madre vista la precarietà in cui versava la mia comunità in quel periodo. Le donne, che spesso vengono erroneamente indicate come il sesso debole, in realtà hanno sempre avuto la capacità e la forza di risolvere i piccoli e grandi problemi della vita. Le vicende che hanno coinvolto mia madre, sono la prova che le donne possono farcela da sole, anzi, proprio da sole e nelle situazioni più difficili riescono a dare il meglio, ad essere solidali tra loro riuscendo a produrre grandi cambiamenti.»

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Fonte: Ogliastra News Michela Girardi

Il racconto di un pastore che vuole abbandonare la sua terra ma, abbagliato dalla sua stessa luce, chiede di esservi pietrificato.

Perdu voleva abbandonare la Sardegna attraversando il mare, nella speranza di una vita migliore. La madre, Mariancani, lo scongiurava di non farlo, cercando di mostrargli la bellezza dei luoghi che si accingeva a lasciare, forse per sempre. In particolare la madre ebbe cura di descrivergli i luoghi più suggestivi come Cala Ginepro, l’insenatura di Santa Maria Navarrese, Monte Tricoli. Perdu però non voleva sentire ragioni.

Un giorno, recatosi presso le pendici del Monte Tarè, tra i comuni di Ilbono e Loceri, cercava di scrutare la nave in arrivo a Capo Montesanto (imbarcazione rappresentata dall’Isolotto d’Ogliastra), che gli avrebbe fatto solcare il Mar Tirreno; qui Perdu fu pervaso da un abbaglio, quello che spesso si può vedere nei pomeriggi estivi dalle colline che si affacciano sulla costa e, nel vedere la sua terra sotto una luce diversa, più ampia, capì che stava commettendo un grosso errore. S’inginocchiò e chiese perdono.

La madre stanca e straziata, non sarebbe riuscita a reggere la fatica di tutti quegli accadimenti, e distrutta dalla stanchezza per aver rincorso il figlio, stette in piedi immobile consapevole che la sua ora stava per giungere inesorabile. Perdu chiese di essere pietrificato proprio in quel punto, insieme alla madre, così da stare insieme per sempre.

Così successe secondo la leggenda, infatti, durante le notti di luna piena è possibile ammirare le due figure antropomorfe in porfido rosso, in particolare una Mariancani sorridente, perché come ultimo ricordo visivo aveva il mare di Arbatax e quella nave che il figlio, ormai, non avrebbe preso mai più.

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Fonte: Ogliastra News Michela Girardi

In Sardegna si registrano oggi 1160 ulteriori casi confermati di positività al COVID (di cui 1005 diagnosticati da antigenico). Sono stati processati in totale, fra molecolari e antigenici, 9141 tamponi.

I pazienti ricoverati nei reparti di terapia intensiva sono 21 ( +2 ).

I pazienti ricoverati in area medica sono 317 ( -14 ).

29798 sono i casi di isolamento domiciliare (+36).

Si registrano 3 decessi: una donna di 58 anni, residente nella provincia di Oristano; 1 uomo di 69, residente nella Città Metropolitana di Cagliari, e un uomo di 82 anni, residente nella provincia di Sassari.

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Fonte: Ogliastra News Mario Marcis

Che la Sardegna sia uno scrigno misterioso e ricco di affascinanti tradizioni ancestrali è cosa ormai nota. Simboli e particolari rituali, qui, sono sorti al principio della storia dell’uomo, nati per propiziarsi antiche divinità e per celebrare ricorrenze che, con il sacro dei tempi moderni, hanno poco a che fare. Vecchi di millenni, tali elementi si ritrovano ancora oggi; si presentano sotto celate vesti, plasmati da altre culture e farciti di nuovi significati, ma, non dimentichi, conservano intatto il fascino dell’antico passato, quando ancora la sacralità era dominio della natura. Questo è il caso de “Su Nènniri”, una delle tradizioni pasquali più diffuse nell’Isola, una pratica sacra in cui pulsa, però, un cuore pagano. Dalla costa ai borghi dell’entroterra, “Su Nènniri”, insieme a palme e ramoscelli d’ulivo, è parte integrante del pacchetto delle tradizioni pasquali isolane e non vi è chiesa che non ne contenga uno. Candidi germogli di grano svettano da un vasetto ornato con fiori e nastri, per adornare “su Sepulcru”, il sepolcro del Cristo, durante il Giovedì Santo: dei veri e propri “giardini”, simbolo cristiano della morte e della risurrezione, che nascono al buio, sotto un soffice velo di ovatta, per poi appassire velocemente, alla luce del sole.

La tradizione

Su Nènniri” è un piccolo vaso colmo di terra e bambagia che – secondo l’antica tradizione cristiana – si preparava al principio del periodo di Quaresima, solitamente durante il Mercoledì delle Ceneri: un compito che spettava principalmente alle donne. Seminato con chicchi di grano, misti ad orzo e semi di lino, il vasetto veniva poi ricoperto da uno strato di cotone e nascosto in un luogo caldo, lontano dalla luce: sotto il letto o dentro a un armadio, la semina riposava al buio, costantemente innaffiata, per diverse settimane e i germogli, in virtù della privazione della luce solare, crescevano pallidi, assumendo un colore bianco o giallastro. Giunto il Giovedì Santo, “Su Nènniri” veniva poi portato in chiesa e, una volta secco, il pallido fogliame andava bruciato per evitare che venisse profanato: in antichità, i germogli venivano conservati con cura e impiegati per “is affumentus” (le fumigazioni), considerati un toccasana per molti mali.

I pallidi germogli de Su Nènniri – Fonte www.lulivetosulcanalbianco.blogspot.it

Ancora oggi, la tradizione de “Su Nènniri” è forte e vive nella cultura cristiana dell’Isola, ma, in realtà, quei pallidi germogli di grano hanno radici ben più lontane che si innestano in un terreno squisitamente pagano. Bagaglio di un ancestrale rituale propiziatorio comune a molti popoli dell’area mediterranea, “Su Nènniri” rimanda direttamente al culto dei giardini di Adone, il dio greco della vegetazione che nasce in primavera, portando abbondanza, e muore sul finire dell’estate. Secondo il mito, Adone era conteso da Persefone e Afrodite, preferendo la seconda alla prima e scatenando le ire di quest’ultima. Per decisione di Zeus, il dio conteso dovette dividere il suo tempo tra le due contendenti: la prima metà dell’anno nel regno degli inferi, in compagnia di Persefone, mentre la seconda la passava sulla Terra, in compagnia di Afrodite, continuando a incarnare il ciclo stagionale della natura. Ancor prima di essere greco, tale mito, in realtà, proviene dal mondo mesopotamico e si riflette nel dio Tammuz, divinità agraria simbolo della forza rigeneratrice della natura, che ogni anno discendeva negli inferi per poi risorgere durante il periodo primaverile.

Celebrato in Grecia e in Asia minore – dove tutt’oggi è ancora vivo – il culto dei giardini di Adone arrivò, poi, in Sardegna, mantenendo intatto, almeno prima dell’avvento del Cristianesimo, il suo originario significato: morte e rinascita del dio della vegetazione segnano e celebrano il passaggio dal buio invernale alla luce primaverile, periodo in cui la terra è nuovamente feconda e, generosa, dona i suoi frutti. Per celebrare questo passaggio, il rito in onore di Adone prevedeva la realizzazione di vasi colmi di germogli di cereali e di ortaggi che crescevano e appassivano molto velocemente, metafora della breve vita della divinità, nonché del ciclo perpetuo della natura. I semi, come la divinità, dovevano trascorrere un lungo periodo di tempo lontano dalla luce del sole, il primo negli inferi, i secondi nella terra, e solo quando il clima era propizio, potevano finalmente rinascere.

La tradizione pasquale de Su Nènniri – Fonte www.chiesasarda.it

Come per l’attuale tradizione pasquale de “Su Nènniri”, il compito di preparare e curare i futuri germogli era una prerogativa delle donne. Coltivati in pieno inverno, i vasetti germogliavano proprio con l’arrivo della stagione primaverile: essi erano simbolo della vita di Adone e, al tempo stesso, oggetti sacrificati in suo onore per propiziare la sua successiva rinascita. Sempre le donne, inoltre, piangevano la morte della divinità, rappresentata dai germogli ormai appassiti, che venivano gettati lungo il corso dei fiumi o nelle sorgenti al fine di fecondare le acque e portare fertilità alla terra: nell’Isola erano le sacerdotesse deputate al culto dell’acqua a inscenare la morte del divino, cui seguiva il pianto delle prefiche, le pie donne.

Fino alla prima metà del secolo scorso, un rituale simile si svolgeva a Samugheo, un paesino in provincia di Oristano: in occasione della festa dell’Assunta, le giovinette del paese inscenavano il matrimonio della divinità con una di loro, piangevano la sua morte e festeggiavano, infine, la sua risurrezione. Era la sposa a preparare il vaso dei germogli di grano e a condurlo, con corteo al seguito, fino ad un precipizio, dal quale, poi, veniva gettato. Dopo il pianto, infine, si festeggiava la sua rinascita con la messa e la processione dell’Assunta.

Bari Sardo, sagra de Su Nènniri – Fonte www.sardegnaeventi24.it

Oggi, “Su Nènniri” è soprattutto un simbolo pasquale: specie nel Cagliaritano, il vasetto è anche un dono per amici e parenti in segno di prosperità e imbandisce la tavola durante il pranzo pasquale. In altre zone del Campidano e in Ogliastra, invece, “Su Nènniri” si prepara a fine maggio e viene raccolto un mese dopo per sfruttare i poteri “magici”, acquisiti con la seminagione fino al solstizio d’estate. A Bari Sardo, infine, la seconda domenica di luglio si celebra una vera e propria sagra de “Su Nènniri” che coincide con la festa di San Giovanni: i vasetti accompagnano la processione per il Santo e, benedetti, vengono poi gettati in mare in segno propiziatorio.

Non più passaggio dall’inverno alla primavera, non più sacrificio del dio della vegetazione. Spogliato dal suo carattere pagano, “Su Nènniri” acquista, quindi, il significato cristiano: morte e risurrezione del Cristo, trionfo di gioia e salvezza, ma la tradizione dei vasetti di grano conserva, intatto, il fascino dell’antico passato, simboleggiando, anche se in chiave diversa, la vittoria della luce sulle tenebre.

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Fonte: Ogliastra News Mario Marcis

Il vescovo Antonello-Mura

Pubblichiamo il messaggio augurale per la Pasqua di quest’anno che il vescovo Antonello Mura ha pubblicato nell’ultimo numero del mensile diocesano L’Ogliastra. Sono parole che risuonano anche come un invito a vivere il tempo pasquale con atteggiamenti che aiutino a riscoprire la presenza del Risorto.

Un passaggio del Credo che recitiamo la domenica nella Messa merita una riflessione per vivere pienamente la Pasqua. Noi non diciamo “credo” nella risurrezione dei morti, ma “aspetto” la risurrezione dei morti. Aspettarla, desiderarla, sperarla, aiuta a credere e quindi rafforzala fede. Non certo questo per un gioco di suggestioni o per alimentare illusioni rasserenanti, ma piuttosto perché ciò che noi speriamo profondamente trova in Gesù un esemplare ineguagliabile. Lui è sempre un uomo di speranza in ogni momento della vita: quando piange e grida di non voler morire, quando risuscita da morte e promette che risusciterà anche noi nell’ultimo giorno. Dio affronta la morte per dirci che sta dalla nostra parte e che mai dobbiamo rassegnarci a morire.

Chi è ferito non solo fisicamente, chi soffre per la morte di un familiare, chi ha fatto esperienza della violenza altrui non può non sperare nella vita. Viviamo così in profondità queste aspirazioni che anche quando i nostri occhi sono offuscati dalle lacrime e ci sembra di sperare contro ogni speranza, abbiamo sempre bisogno di dire, di pregare, perfino di rimproverare dolcemente nostro Signore, come fecero Marta e Maria a Gesù: «Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto» (Gv 11,21). Molte volte queste frasi ci sono risuonate dentro, perché la storia di Lazzaro racconta la nostra storia e anticipa anche quella di Gesù. Tutti i sepolcri, non solo quelli fisici, ci dimostrano che croce e risurrezione sono inscindibili. Lo sono nell’umanità, quando essa cerca con grande fatica di alimentare la vita senza riuscirci, creando invece all’opposto cantieri di morte per i singoli e per i popoli; lo è per Dio, quando il grido del Crocifisso raggiunge drammaticamente il Padre: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato» (Mc 15,34).

Ma la speranza della risurrezione non delude, essa continua a sorgere dalla storia dell’umanità: dal grido di un crocifisso come dalle tombe destinate a rimanere vuote. E i sepolcri, tutti, possono essere svuotati unicamente dall’amore, perché l’amore è più forte della morte e solo «chi non ama rimane nella morte» (1Gv 3,14). Ama sempre, ama comunque, ama nonostante tutto. Gesù è l’esemplare, come Dio e come uomo, di un amore che non arretra mai, neanche quando, innocente, viene condannato a un’ingiusta sentenza.

Quando vivo l’amore a immagine di Gesù, io vivo da risorto, ancor prima della risurrezione dopo la morte. La vera sfida per i credenti Vivere da risorti è vivere oggi da risorti, perché aspettare la risurrezione dai morti significa impegnarmi già da ora per sconfiggere ogni morte. Questo è il dono della Pasqua a quanti si lasciano coinvolgere dalla vita di Gesù: la morte non ha mai l’ultima parola per chi lo sceglie, lo ama e si lascia da lui amare. Chi ama non morirà in eterno.

Nel nostro quotidiano, nella nostra fede talvolta smorta, tra le nostre speranze deluse, insomma nel groviglio di ogni giorno che continua a seminare dolorose strisce di morte, compaia uno sguardo profondo che ci faccia vedere tra i crepacci del presente il fiore che nasce, la vita che continua a sconfiggere la morte.

Grazie a Lui. Buona Pasqua.

L’articolo Il messaggio pasquale del Vescovo Antonello Mura alla comunità ogliastrina proviene da ogliastra.vistanet.it.


Fonte: Ogliastra News Mario Marcis

In Sardegna si registrano oggi 1643 ulteriori casi confermati di positività al COVID (di cui 1358 diagnosticati da antigenico). Sono stati processati in totale, fra molecolari e antigenici, 9443 tamponi.

I pazienti ricoverati nei reparti di terapia intensiva sono 19 ( -2 ).

I pazienti ricoverati in area medica sono 331 ( -5 ).

29762 sono i casi di isolamento domiciliare (-96).

Si registra il decesso di un uomo di 68 anni residente nel Sud Sardegna.

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Fonte: Ogliastra News Michela Girardi