Si diceva che la porta dell’Inferno si trovasse presso Gairo, a Perda Liana.  Per diventare ricchi, bastava andare lì di notte e invocare i diavoli. Questi, in cambio dell’anima, avrebbero dato agli uomini qualunque cosa. Quando qualcuno diventava ricco in poco tempo e il suo benessere non aveva una spiegazione logica, la gente era convinta che si fosse recato a Perda Liana a vendere la propria anima al demonio e affermava con tono sicuro: “A sa Perda Liana, su hi heres ti dana!” ( A Perda Liana ti danno ciò che vuoi).

Una volta decise di andarci un giovane che pur di diventare ricco, era disposto a vendere al diavolo la propria anima. Dopo giorni di cammino, giunse finalmente a Perda Liana. Era il tramonto e quel tacco calcareo emanava suggestivi colori che nel silenzio della contrada avevano qualcosa di sinistro.

Il giovane si sedette e attese. A mezzanotte ecco apparire una frotta di diavoli, che cominciarono a danzare in cima al Toneri. L’uomo si rivolse ad uno della congrega e disse che voleva parlare con il capo. Gli fu indicato un diavolo più grosso degli altri, che tirava per la cavezza un somaro e lo faceva girare intorno come se muovesse una macina. L’asino aveva in groppa una bisaccia carica di monete d’oro, che mandavano un gradevole tintinnio. Pesavano tanto che la povera bestia quasi zoppicava.

Al suono delle monete l’uomo si rallegrò e già le immaginava in suo possesso, quando vide in piena luce il viso del diavolo e si sentì venire meno. Ebbe una grande paura e pensò di fuggire ma le gambe non rispondevano alla sua volontà. Per un istante si sentì perduto, ma poi si riprese e disse a gran voce: “Joseph, Maria cum Jesus, itt’est custa camarada! Santa Giuglia avocada mi che vochet dae mesus!” ( Giuseppe, Maria e Gesù, cos’è mai questa congrega? Santa Giulia avvocata, mi porti via da qui!).

A tale invocazione i diavoli scomparvero, quasi la terra li avesse inghiottiti, lasciando scie di fuoco dappertutto. Il malcapitato se ne tornò a casa più povero di prima.

 

(Tratto da “Leggende e racconti popolari della Sardegna” di Dolores Turchi, Newton Compton Editori)

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Fonte: Ogliastra News Mario Marcis

Incendio in abitazione presso il Comune di Cardedu in località “Murcu”.

Alle 16:10 circa due squadre dei Vigili del Fuoco di Lanusei e Tortolì sono intervenute per estinguere un un’incendio che ha interessato un’abitazione di proprietà di un pensionato di 76 anni residente a Barisardo, che al momento dell’incendio non era a casa.

La combustione, seguita da due esplosioni, pare abbia avuto origine per cause accidentali. Il forte irraggiamento termico del rogo ha gravemente danneggiato l’edificio rendendo una parte di esso inagibile.

Sul posto i Carabinieri della Stazione di Cardedu.

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Fonte: Ogliastra News Mario Marcis

Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata alla nostra redazione dalla giornalista lituana Daiva Lapėnaitė, presidente della Comunità Lituana in Sardegna e residente a Cagliari da circa 22 anni.

Una lettera che parte dalla sua infanzia sotto il regime sovietico per parlare dell’attuale situazione bellica in Ucraina e dei risvolti mediatici della stessa in Italia.

Ecco il testo della lettera

“L’inviato fisso al programma Cartabianca della televisione di stato italiano Rai3 il professor Alessandro Orsini sostiene che il suo nonno durante il fascismo abbia avuto un’infanzia felice. Ho avuto l’infanzia sotto i sovietici. I miei nonni e i miei genitori hanno vissuto per 50 anni sotto i sovietici. Non è stata un esperienza felice, anzi, non la augurerei a nessuno.

Sono nata a Vilnius, la capitale della Lituania. Uno stato indipendente, sovrano, libero che, però, ha vissuto sulla propria pelle il giogo sovietico. Per mezzo secolo.

Quando nacqui la mia patria non era libera, non era indipendente, era soppressa dietro la cortina di ferro sovietica. Sapete perché questa cortina? Perché quello che i russi facevano ai popoli occupati, annessi, sottomessi avrebbe fatto venire la crepapelle anche al nonno di Orsini.

Durante la mia infanzia non avevo i peluche colorati, non avevo Cicciobello o altri giocatoli comuni ai bambini nel mondo libero. Avevo i giocattoli di ferro, i cartoni animati impregnati di propaganda, i vestiti e i palazzi saturi di grigiore opprimente. Per andare a scuola dovevo indossare l’uniforme marrone scuro con il fazzoletto rosso al collo – il simbolo della bandiera sovietica. Dovevo studiare la lingua russa, la storia riscritta secondo i sovietici e la biografia di Lenin e ogni 22 aprile, il giorno del suo compleanno, dovevo portare i fiori di petali blu, žibutės, i primi fiori che spuntano nei boschi lituani dopo l’inverno, e depositarli ai piedi del monumento di Lenin, eretto nella piazza centrale della mia città. La mia città, la mia nazione, il mio popolo – che non ha niente a che fare né con la lingua russa, né con la religione ortodossa, né con la mentalità del russkij mir (mondo russo). Ciononostante invaso, occupato, annientato per fare spazio al “sole sovietico” dallo stesso popolo che oggi applica il suo modus operandi ad un altro popolo.

Quello che ora vediamo in Ucraina, noi in Lituania e in tutti i paesi nel secolo scorso finiti sotto la zampa del russkij mir, lo abbiamo già vissuto. Per almeno mezzo secolo. Da qui il russorealismo. Mentre il resto d’Europa, quella dall’altra parte del sipario di ferro, andava serenamente avanti, costruiva, cresceva, viveva. Noi non vivevamo. Arresti, torture, violenze, saccheggi, genocidio. Sradicati dalla nostra casa, dalla nostra terra e spediti verso la Siberia, stipati nei vagoni per gli animali.

Moltissimi, per non finire sterminati con intere famiglie, sono scappati. In tanti, particolarmente i sacerdoti, i diplomatici, gli artisti hanno trovato il rifugio in Italia. Tuttavia più di 20 milioni di persone, là dove sono entrati i russi, sono finite con le mani legate, sparate alla nuca, nelle fosse comuni. E chi non è finito nelle fosse comuni ha vissuto mezzo secolo di soppressione totale di qualsiasi libertà di pensiero, di scelta, di semplice movimento. Sapevate, che nessuno da dietro quella cortina di ferro poteva andare all’estero e nessuno dall’estero poteva mettere il piede in quel “glorioso impero sovietico” senza un permesso speciale e senza un agente KGB assegnato?

Sapete che tutte le chiese in quell’impero erano trasformate in gallerie nel migliore dei casi, semplicemente distrutte, derubate di tutto e chiuse nella maggioranza dei casi. Da bambina, mia nonna mi portava a fare il catechismo, clandestinamente, e io non potevo dirlo a nessuno se non volevo “problemi” per i miei genitori.

Sapete come si viveva dietro la cortina di ferro? Non si viveva. Per il popolo sovietico non esiste l’essere umano, non esiste il concetto della libertà o di diritti umani. Un essere umano – donna, uomo, bambino o nonno che sia – è soltanto uno strumento per costruire la “grande aurora sovietica” – un sole che non scalda, che non fa crescere niente, non illumina. Distrugge, annienta, elimina tutto quello che trova nel suo raggio.

E tutto questo per Orsini, un professore di una prestigiosa università italiana, che forma le giovani menti italiane, sarebbe una vita felice per un bambino? Che tipo di essere umano diventerebbe un bambino cresciuto in tale mondo? Un mostro. Un barbaro. Uno zombie. Esattamente come i soldati russi che oggi vediamo nei territori occupati dell’Ucraina dove distruggono, torturano, violentano, saccheggiano e lasciano terre e vite bruciate. Lo hanno fatto nella mia patria, impuniti. E continueranno a farlo, ovunque, se non saranno fermati.

In realtà è tutto molto facile. Siamo davanti alla guerra. Sì, le bombe oggi non cadono sopra le nostre case, ma sopra i nostri valori – quelli fondamentali della libertà, della democrazia, dei diritti umani. E nelle guerre non ci sono cinquanta sfumature di grigio. C’è una parte o l’altra. Chiudere gli occhi, cercare le giustificazioni, preferire il comodo “sono per la pace”? O aprire gli occhi e, nonostante tutto lo sconcerto per le illusioni crollate, nonostante tutto l’orrore che ci si apre davanti, nonostante tutte le paure che ci percuotono, sapere, vedere e, di conseguenza, fare?

Essendo noi abitanti di un’era planetaria che vive di informazioni, non c’è forse azione più pericolosa del lasciar trapelare prospettive fallaci, mancanti di ragionamento critico. Nel migliore dei casi parole come quelle del professor Orsini restano nell’incosciente memoria dello spettatore, nel peggiore dei casi invece produrranno un popolo ambiguamente educato al ragionamento fittizio, non in grado di maneggiare le informazioni con praticità ed efficacia, destinato a essere il lasciapassare per il male impunito, giustificato, addirittura romantizzato”.

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Fonte: Ogliastra News Mario Marcis

La Roccia dell’Orso è uno dei monumenti naturali più noti della Sardegna.

Si trova nei pressi di Palau dove domina a 120 metri d’altezza la zona, ed ogni anno migliaia di persone accorrono a visitare questa “opera d’arte” lavorata dagli agenti atmosferici nel tempo.

La sagoma assomigliante in modo stupefacente all’orso che scruta il mare, da il nome al capo che guarda il parco dell’arcipelago della Maddalena.

Questa zona sembra avvolta fa un alone di mistero, e a confermarlo è lo scrittore Victor Berard – celebre studioso di Omero – che afferma che la “terra dei Lestrigoni”, i giganti cannibali protagonisti del decimo libro dell’Odissea, sia identificabile con questo luogo del Mediterraneo.

Il mito narra dello sbarco di Ulisse nei pressi della fonte Artacia, in cerca di cibo e acqua per l’equipaggio. Ben presto però i Greci divennero il pasto per i temuti giganti, e furono costretti a una fuga disperata dopo aver perso numerosi uomini.

La prima attestazione storica della “scultura” realizzata dalla natura è del geografo greco Tolomeo (II secolo d.C.), che oltre a darne le coordinate, ha raccontato del terrore che incuteva ai naviganti perché in grado di attirare le navi, quasi come un magnete. In effetti nello specchio d’acqua di fronte la roccia, sono stati rinvenuti relitti di imbarcazione di varie epoche, a conferma anche di un intenso traffico navale nel corso dei millenni.

La roccia granitica, si presenta levigata, quasi scavata in superficie, e si presenta con un tonalità di colore che vanno dal giallo e rosato. Nella zona sono presenti vari percorsi archeologici e naturalistici, inoltre meritano di essere visitati la Fortezza di Monte Altura e l’affascinate Museo Etnografico.

 

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Fonte: Ogliastra News Roberto Anedda

È una tragica storia di quasi novant’anni fa, quella che ha come protagonista l’aviatore Cesare Lai.

Il tenente di Ulassai, il 3 agosto del 1933, mentre si apprestava ad atterrare nel campo di volo di Pra Plan, nelle montagne della Valle di Susa, per non travolgere alcuni bambini che giocavano sulla pista, tentò una manovra d’emergenza schiantandosi in un bosco vicino.

Morì sul colpo, a 27 anni – era nato il 4 gennaio 1906 – fu insignito della medaglia d’argento al merito per il suo gesto altruistico, e oggi le sue spoglie riposano nel cimitero del suo paese natio della valle del Pardu.

Ma la vicenda del pilota ogliastrino è stata recentemente riscoperta grazie un professore ordinario, Gilberto Forneris, e un funzionario dell’Università di Torino, PierCarlo Porporato.

Ph: Comune Giaglione

I due accademici, appassionati di passeggiate escursionistiche, dopo essersi imbattuti in una pineta nel monumento abbandonato in memoria dell’aviatore eroe, hanno iniziato una lunga ricerca per fare luce sulla vicenda.

Il 5 giugno 2021 il Comune di Giaglione, di cui erano originari i bambini salvati, per onorare la figura di Cesare Lai, ha organizzato una cerimonia in cui è stato scoperto il cippo commemorativo restaurato, a cui hanno partecipato i parenti del pilota e l’allora sindaco di Ulassai, Gian Luigi Serra.

Ph: Comune Giaglione

 

 

 

 

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Fonte: Ogliastra News Roberto Anedda

Aurelio Galleppini è un icona del fumetto italiano, colui che ha dato volto e corpo al leggendario personaggio Tex Willer ammaliando intere generazioni con le sue storie. Il disegnatore con lo pseudonimo di Galep nasce il 28 agosto ’17 a Casale di Pari (Grosseto) da genitori sardi, e come da lui stesso affermato si ispirò spesso ai paesaggi dell’Isola dove era cresciuto. 

Il famoso fumetto Tex nasce nel ’48 ideato da Galep insieme a Gianluigi Bonelli, e la prima storia ad essere pubblicata si intitola “Il totem misterioso” uscita il 30 settembre dello stesso anno nel formato a striscia. 

Eppure doveva essere un altro il personaggio di punta dell’allora casa editrice “L’Audace” realizzato dal disegnatore: “Occhio Cupo” un giustiziere del ’700. Invece il consenso di pubblico trovò Tex Willer, sovvertì le gerarchie dei fumetti, interrompendo la pubblicazione dopo pochi mesi dell’eroe in cappa e spada.

“Aquila della Notte”, nome indiano di Tex Willer essendo il capo supremo di tutte le tribù Navajos, continua ad essere il personaggio di punta della Sergio Bonelli Editore, oltre ad essere il fumetto più longevo italiano e uno dei più apprezzati all’estero. 

Professionista instancabile, Galep aveva degli orari di lavoro estenuanti che lo portavano a rimanere a lavoro fino alle prime ore dell’alba. Di questi periodi rimangono ironiche tracce sparse nelle vignette di Tex, come caffettiere necessarie per poter reggere quei ritmi, o altri elementi grafici non collegati alle strorie.

Il disegnatore di origini sarde realizzò l’ultima copertina nel febbraio ’94, il fumetto numero 400 di Tex. Già sofferente da tempo per la malattia che lo aveva colpito, disegnò il suo famoso personaggio mentre si dirigeva verso l’orizzonte intento a salutare con il cappello in mano. Il volto sorridente ed emozionato, ispirato inizialmente all’attore americano Gary Cooper, ma in seguito a quello di Galep stesso. 

Una sorta di commiato, nel quale in molti hanno visto nella roccia verso la quale si dirige Tex, Perda ‘e Liana, una sorta di omaggio alla sua Sardegna.

Da sottolineare che la questione su questa interpretazione, vede divisi gli appassionati e ammiratori di Galep. In quanto alcuni vedono le rocce del Trentino dove il disegnatore amava passare le vacanze, altri la famosa Monument Valley. 

Il tramonto disegnato nell’ultima copertina è stato anche un presagio per la fine dei giorni di Aurelio Galleppini, in quanto sarebbe morto di lì a breve a Chiavari il 10 Marzo’94. Il suo talento continua ad aleggiare nelle grandi distese e nei cieli dove vive il ranger del Texas. 

 

 

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Fonte: Ogliastra News Roberto Anedda

Una situazione di grave disagio, determinata dall’impoverimento degli organici conseguente al blocco del turn over e all’indebolimento dei servizi ospedalieri.

L’Ogliastra ha sopportato più di altre zone dell’isola il peso di scelte sbagliate operate in passato, che insieme ad un sistema di collegamenti arretrato rende sempre più difficile ai cittadini accedere ai servizi sanitari. L’impegno straordinario della Regione per porre rimedio ad una situazione più volte denunciata dagli amministratori locali e da comitati di cittadini è stato ribadito oggi dal Presidente Christian Solinas, che ha incontrato i sindaci dell’Ogliastra per esaminare con loro la situazione ed ascoltare proposte e suggerimenti. Presente anche l’assessore ogliastrino Giorgio Todde.

“La riforma sanitaria varata da questa Giunta – ha detto il Presidente – è una scelta coraggiosa che guarda al futuro, con una particolare attenzione ai territori e con il preciso intento di riportare i servizi vicino ai cittadini. Per questo – ha aggiunto – abbiamo voluto restituire all’Ogliastra la Asl e la Provincia, segnando una netta inversione di tendenza rispetto all’accentramento nelle principali città, così come riserviamo un’attenzione particolare nell’ammodernamento delle apparecchiature e nell’utilizzo della telemedicina”.

“Ci scontriamo oggi – ha proseguito il Presidente Solinas – con una cronica carenza di organici, alla quale è difficile porre rimedio per la mancanza di medici e lo scarso numero di coloro che partecipano ai concorsi pubblici. Ne abbiamo bandito numerosi e 25 sono in corso di espletamento. Ma spesso il numero dei candidati è inferiore a quello dei posti a disposizione”.

“Imminente la nomina del direttore generale della Asl ogliastrina, scelta sulla quale – ha detto ancora il Presidente – voglio coinvolgere gli amministratori locali affinché la nomina sia condivisa e gradita al territorio”.

Il Presidente ha anche fornito assicurazioni sulla convenzione per il servizio di elisoccorso, e ha assicurato la piena disponibilità a rivedere, insieme agli enti locali, la distribuzione geografica delle case e degli ospedali della Comunità, in modo da assicurare al territorio dell’Ogliastra una adeguata copertura e l’erogazione di servizi di alto livello.

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Fonte: Ogliastra News Michela Girardi

Un 25enne senzatetto colombiano, conosciuto da tutti come Choco Aventura, è diventato protagonista di un video che in pochissimo tempo è diventato virale e che gli ha cambiato la vita.

Il giovane è stato ripreso mentre taglia una torta di compleanno con due candeline e ne offre una porzione ai suoi due cani, che indossano dei cappellini per l’evento. A loro canta anche la canzone “Happy Birthday” e poi li abbraccia e li bacia.

La scena ha commosso il mondo del web e come riporta La Stampa, in tanti si sono organizzati per aiutarlo a trovare una casa e un lavoro. Grato per l’aiuto, anche in questo caso non ha pensato solo a se stesso: ha organizzato una raccolta di cibo, per aiutare i cani di strada.

 

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Fonte: Ogliastra News Michela Girardi

Masih Shahid, il 30enne pakistano accusato del tentato omicidio della sua ex compagna tortoliese, Paola Piras, e dell’omicidio del figlio della donna, Mirko Farci, di 19 anni, ha cercato di togliersi la vita nel carcere di Uta.

Secondo quanto riportato dall’ANSA, l’uomo avrebbe tentato di impiccarsi con il lenzuolo all’interno del bagno del carcere, ma l’allarme dato dal compagno di cella e l’intervento tempestivo degli agenti glielo hanno impedito.

E’ stato trasportato in ospedale a Cagliari per accertamenti e dimesso poco dopo.

Masih Shahid, in carcere da circa un anno, qualche giorno fa era stato rinviato a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Cagliari nella quale verrà celebrato il processo per l’omicidio di Mirko Farci, il giovane morto per difendere la mamma dall’aggressione avvenuta a Tortolì nel maggio dello scorso anno.

 

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Fonte: Ogliastra News Michela Girardi

Il paese di Seulo è da sempre in prima fila sia per la produzione di prosciutti e insaccati sia per la lotta alla peste suina africana. Domani, giovedì 21 aprile, alle ore ore 10 al Centro di Addoli ci sarà la “Presentazione del piano PSA 2022-2023 e nuove opportunità per il comparto suinicolo regionale”.

Seulo in questi anni è stato sempre riconosciuto come paese e comunità virtuosa nella lotta alla peste suina africana: ha infatti sempre adottato misure molto precise e rigorose per cercare di debellare la malattia. “Come abbiamo combattuto la PSA? Una delle principali soluzioni – ha spiegato il primo cittadino, Enrico Murgia – è stata quella di creare in montagna il vuoto biologico, evitando il brado. Una scelta si è dimostrata premiante date che oggi possiamo registrare che alcune nostre aziende producono eccellenze del gusto e si sono inserite in un mercato che può considerarsi assolutamente esclusivo”.

All’incontro parteciperanno, oltre ai sindaci e alle associazioni di categoria: Francesco Bruno Fadda (giornalista di Repubblica), Lara De Luna (giornalista Repubblica), Saluti del sindaco Enrico Murgia, Sebastiano Porcu, Gianni Filippini, Antonio Assaretti, Andrea Orrù- Zidda Cosimo, Michelangelo Salis, Francesco Sgarangella (Coordinatore dei Servizi Veterinari per la lotta alla PSA), Tonio Moi (allevatore e trasformatore prodotti suinicoli), Associazione Allevatori Regione Sardegna (AARS), Aldo Manunta, Antonio Montisci (Direttore del Servizio Sanità pubblica veterinaria e sicurezza alimentare (ARIS).

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Fonte: Ogliastra News Mario Marcis