
Oggi abbiamo il piacere di incontrare Claudio Bagnasco, scrittore genovese trapiantato a Tortolì, dove vive con la compagna e la figlia. Autore raffinato e attento esploratore dell’animo umano, Bagnasco ha già conquistato nel tempo lettori e critica con la sua scrittura intensa e profonda.
In occasione dell’uscita del suo ultimo libro, Fare il possibile (Terrarossa Edizioni), ci immergiamo nel mondo dei suoi racconti, in cui il corpo diventa protagonista assoluto: pulsioni, passioni, relazioni si intrecciano in una sorta di biografia scomposta, capace di scuotere e coinvolgere il lettore. Una raccolta che promette di non lasciare indifferenti e di farci riflettere sul nostro modo di stare al mondo.
Intervistarlo è un’occasione preziosa per entrare nel cuore della sua visione letteraria e umana, per scoprire le radici di questa nuova opera e il modo in cui la scrittura diventa per lui uno strumento di indagine e rivelazione. In attesa dell’uscita del libro, facciamoci quattro chiacchiere con lui.
Claudio, “Fare il possibile” è una raccolta di racconti che esplora le tensioni della giovinezza e lo spaesamento dell’età adulta. Cosa ti ha ispirato a trattare questi temi?
Fare il possibile esce il 10 aprile, e il 12 maggio compirò cinquant’anni. Non sapendo resistere all’umana tentazione di dare valenze simboliche alle cifre tonde, questo prossimo approdo anagrafico – oltre a spaventarmi – mi ha costretto a una profonda riflessione sulla mia vita: su quella spesa e andata per sempre, e su quella che mi resta. Ho dunque inventato il protagonista dell’opera, che mi somiglia e non mi somiglia, per dire che cosa, in fondo? Che si passa la prima parte dell’esistenza a sognare di essere qualcuno (e solo di rado ci si adopera davvero per esserlo), mentre nella seconda parte, di solito, si rimpiange ciò che non si è stati. Cosa resta da salvare, presi in questa morsa? Forse la possibilità di individuare il piccolissimo spazio d’azione che ci è dato in sorte, cercando di servire (nel più ampio ventaglio di significati del verbo) al meglio. In una delle ultime pagine l’io narrante dice, immaginandosi di parlare alla figlia: “minuscola è la posizione che ciascuno di noi occupa ma è pur sempre la nostra e va onorata, come quando la tua bisnonna contadina di domenica si ostinava ad apparecchiare con il servizio buono”.
Il tuo stile è stato descritto come “ritmato e battente”. Come hai sviluppato questa particolare voce narrativa? La trovi diversa da quella delle tue precedenti opere?
Questa domanda è per me cruciale. In estrema sintesi: solo in quest’opera ho trovato la mia voce, che è – o dovrebbe essere – l’unica cosa che conta per chi scrive. La voce, per tornare alla domanda di prima, sta a uno scrittore come la posizione nel mondo sta a ciascuno di noi. E quanto ci sarebbe ancora da dire, sulla voce! Qui irrompe anche il ricordo di un grande amico e grande musicista, purtroppo scomparso, che appare nel libro: si chiamava Dino Pelissero, e ho perso il conto delle volte in cui ci siamo ripetuti quanto fosse importante (per i musicisti, per gli scrittori, per gli esseri umani) avere una voce riconoscibile. Ciò detto, le opere precedenti non le rinnego, anzi: senza di esse non avrei mai scritto questa. Vorrei aggiungere qualcosa sull’importanza (ritmica e non solo) che in Fare il possibile ha l’uso delle virgole, ma con un po’ di civetteria rimando i lettori al brano in corsivo che chiude il libro.
Nei tuoi racconti, affronti le “storture della vita” senza addolcire nulla e senza fare sconti. L’atmosfera che si percepisce è comunque delicata, poetica. Come riesci a bilanciare realismo e lirismo nella tua scrittura?
Sono sempre stato attratto dalla dolcezza e dalla violenza. Dal fatto, ad esempio, che i miei due gatti, l’attimo dopo essere scampati all’agguato di un cane, si spaparanzavano sul prato e si leccavano a vicenda. Avevano dimenticato di aver rischiato la vita l’attimo prima? Niente affatto: avevano capito che la vita va così. In uno dei racconti più brevi di Fare il possibile cerco di mostrare come la bellezza possa accendersi anche mentre un giovane uomo si sta iniettando dell’eroina in vena. E questo (viviamo in tempi in cui è meglio tacitare a priori i duri di cervice e i polemici per hobby) non significa, naturalmente, che io caldeggi l’uso di eroina.
Qual è il filo conduttore che lega i racconti di “Fare il possibile”? C’è un messaggio unificante che desideri trasmettere ai lettori?
Ho forse già risposto, ma proviamo a essere ancora più frontali. La vita è un’assurdità compressa tra il nulla del prima e il nulla del dopo, e ciò che viviamo è in larga parte fuori del nostro governo. Che fare, dunque? Arrendersi? Magari sì, e non sono davvero capace di criticare chi si arrende (nei molti modi possibili). Un’alternativa è dire: sono un granello di questa assurdità, ma intanto quel granello – nulla di più, d’accordo, ma pure nulla di meno – sono io. Proviamo a essere un granello come si deve. Però no, non voglio trasmettere messaggi: ce ne scambiamo già troppi con gli smartphone (e anche questa agghiacciante consuetudine è nel libro).
Risulta evidente che la tua esperienza personale abbia influenzato le storie che ci hai regalato in questa raccolta. Cosa provi nel condividere il tuo vissuto?
Questo libro è stato, tra le altre cose, una profonda discesa nella mia intimità, quasi una lunga seduta di analisi. Spero di essere stato all’altezza: come analista, ma anche come paziente.
Che differenze hai rilevato – nel processo creativo – tra la scrittura di racconti brevi, come in “Fare il possibile” e quella di opere come “Gli inseguiti”?
Fare il possibile è il mio libro più breve, eppure è quello che ho impiegato più tempo a scrivere. Perché è un libro pieno di vuoti. E perché, vivendo di libri e acuendo sempre più – credo e spero – la mia sensibilità di lettore, ho messo sempre più cautela nell’atto dello scrivere e nell’idea di pubblicare.
Come è nata la collaborazione con Terrarossa Edizioni per la pubblicazione di questo libro?
Ho inviato il dattiloscritto (ma quale dattiloscritto: il file) a pochi editori di qualità, che apprezzavo e che mi conoscevano già per la mia decennale militanza nella rivista letteraria Squadernauti, e magari anche per qualche mia scrittura precedente. Tra i tre-quattro editori che hanno mostrato interesse per l’opera, Giovanni Turi di TerraRossa è stato il più tenace. E io ne sono felicissimo: a
pubblicarmi è un editore giovane ma già considerato tra i più seri e selettivi del panorama nazionale (si pensi che pubblica solo cinque titoli all’anno). Turi, poi, con cui ho instaurato un rapporto di amicizia, mi commuove: non solo ha una competenza e una passione mastodontiche, ma è anche una delle persone più gentili e pazienti del mondo.
Ci sono autori o opere che hanno influenzato particolarmente la scrittura di questa raccolta?
La risposta, qui, è secca: nessuno. Ma per eccesso, non per difetto. Dopo decenni di severe letture, posso dire che gli autori amati sono sempre presenti nei miei polpastrelli, ma in modo sempre più discreto. E finalmente mi hanno dato la patente: mi hanno concesso una voce mia, inseguita da oltre vent’anni.
Quali sfide hai incontrato nel rappresentare le complessità della vita quotidiana nei suoi racconti?
La vita resiste alla scrittura. In un racconto in parte comico del libro che spero leggerete, il protagonista racconta di quando, bambino, al parco del quartiere si è fatto la cacca addosso, e conclude il racconto ragionando, adulto, sul fatto che nessuna pagina sarà mai vera come una cacca addosso. E io la penso come lui: la verità è nel corpo. Con facile calembour, potremmo dire che il corpo non mente.
Guardando al futuro, stai già lavorando a nuovi progetti letterari? Può anticiparci qualcosa?
Sto scrivendo, piano piano, una raccolta di brevi racconti che si intitola Storie di santi contemporanei. Per favore, non rubatemi il titolo: mi piace moltissimo. Poi, assieme a un mio amico e maestro, siamo vicini alla firma del contratto per un libro a quattro mani su una disciplina che ho conosciuto da pochi mesi ma che sta piacevolmente scombussolando la mia vita: non nomino né il coautore né la disciplina perché non sono scaramantico, ma se gli astri non fossero d’accordo con questa mia ultima affermazione?
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Fonte: Ogliastra News Michela Girardi